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Paul Ricoeur, il critico dell'autonomia del politico
di Tonino Bucci
Il rapporto tra potere ed etica al centro di un convegno internazionale dedicato al grande filosofo francese scomparso lo scorso anno. Un colloquio tra due studiosi, Giacomo Marramao e Peter Kemp
di Tonino Bucci
E' stato il filosofo frammentario, della «mediazione incompleta», delle "vie lunghe" del pensiero, alieno da cedimenti nei confronti delle scorciatoie facili. La grandezza di Paul Ricoeur, definito una sorta d'eroe dell'età ermeneutica della ragione, sta forse nella predilezione per le «piccole questioni», per i «resti», per le microstorie - come amava dire di sé il pensatore francese scomparso appena nello scorso anno.
Non a caso in Italia - paese in cui i suoi scritti hanno avuto fortuna e diffusione - la sua filosofia ispira convegni e incontri, come quello appena concluso a Roma, alla Terza università, tra studiosi italiani e stranieri, da Domenico Jervolino a Giacomo Marramao, da Antoine Garapon a Peter Kemp. La produzione filosofica di Ricoeur ha attraversato temi diversi tra loro, «tendenze che raramente si sono incontrate e che spesso hanno preferito seguire percorsi talora paralleli, ma reciprocamente ignorantisi» - per riprendere l'immagine sintetica di Domenico Jervolino, tra i principali interlocutori italiani del filosofo francese. La chiave di volta dell'edificio di Ricoeur è l'ermeneutica, l'itinerario lungo e tortuoso per recuperare il metodo interpretativo all'interno delle scienze umane sorte nel '900, dalla linguistica alla psicoanalisi alla critica dell'ideologia. E' un metodo che affonda le radici nella tradizione di lettura dei testi religiosi (l'esegesi), dei testi letterari classici (filologia) e dei testi giuridici (diritto). «L'accento è posto - scriveva Ricoeur in una delle sue ultime opere, La natura e la regola - sulla pluralità delle interpretazioni», «sulla lettura dell'esperienza umana». «Sotto questa forma la filosofia mette in questione la pretesa di ogni altra filosofia di essere priva di presupposti». L'ermeneutica prende di mira il primato delle scienze naturali, contesta che le scienze umane debbano prendere a prestito il proprio metodo dal sapere scientifico-matematico come se non vi fossero altri modelli metodologici validi. Negli scritti degli anni Sessanta Ricouer cerca un'alternativa allo schema di una conoscenza di un soggetto esterno e separato rispetto all'oggetto. Se questo modello epistemologico funziona per le scienze esatte, non altrettanto può dirsi rispetto alle scienze umane. Oggetti come i testi letterari e le opere d'arte, ad esempio, non possono essere considerati estranei al soggetto umano, essendovi questo anzi implicato. E' la Lebenswelt, il «mondo della vita», uno strato dell'esperienza che precede la distinzione e il rapporto tra soggetto e oggetto. Questa riflessione arriva fin negli scritti ricoeuriani degli anni Ottanta, soprattutto in Logica ermeneutica, in cui l'accento cade sul testo e la scrittura, e sul lavoro dell'interpretazione. Ogni testo contiene un «mondo» e ogni lettura apre all'Io nuove prospettive di vita nella sua situazione particolare. Ma sarebbe sbagliato ridurre il lavoro dell'interpretazione a un atteggiamento analitico, regressivo, a un eterno ritorno sulla cultura passata. C'è anche un significato progressivo e creativo dell'ermeneutica, un uso del linguaggio - comprese le potenzialità metaforiche della poesia - per produrre un senso nuovo. La scrittura, il testo, il racconto sono esperienze in cui accade qualcosa di nuovo, attraverso le quali l'uomo avvia una nuova comprensione del mondo e di sé. Anche il campo della politica non resta immune dal metodo ermeneutico e dall'attenzione ai fatti linguistici. Già a partire dagli anni '50 Ricoeur analizza criticamente la categoria del potere e ne ripercorre la storia alla ricerca del trauma che ha causato la scissione della politica dall'etica. L'idea centrale è che nel pensiero occidentale, attraverso una serie di rotture e spostamenti, passando da Aristotele fino a Rousseau, dalla crisi della polis greca all'avvento del cristianesimo e della teologia paolina, si sia formata e consolidata una pratica del potere che si autogiustifica. L'approdo di questo percorso è lo Stato che detiene il monopolio della costrizione fisica. «Come si passa - si chiede Giacomo Marramao - dalla polis greca, dalla comunità politica orientata al perseguimento del bene allo Stato che si fonda sulla "violenza legittima" della pena? Ricoeur individua la causa di questa rottura nel cristianesimo», per la precisione nella teologia paolina. La scissione tra politica ed etica, tra Stato e ricerca del bene avverrebbe, quindi, proprio con Paolo, con «l'invito rivolto ai cristiani a sottomettersi all'autorità. Paolo introduce il potere politico insieme all'istanza penale, incarnata dalla figura del magistrato. Così all'immediatezza e alla relazione fusionale dell'amore subentra la lunga via dell'educazione coercitiva del genere umano». Tra i filosofi contemporanei che si richiamano alla teologia paolina - da Badiou ad Agamben - quasi non si ritrova la consapevolezza di questo passaggio, sancito proprio dal fondatore del cristianesimo, dalla comunità compatta del mondo greco al potere statuale del mondo moderno. Qui si intravede la radicalità di Ricoeur, pensatore cristiano eppure inflessibile nel mettere in discussione la definizione del cristianesimo come religione dell'amore. Non c'è traccia in Paolo di tentativi di dedurre l'autorità del potere dal principio dell'amore, c'è solo spazio per una coercizione legalizzata, per uno Stato che si arroga del potere di costrizione fisica. «Troviamo in Ricoeur - aggiunge ancora Marramao - l'eco di riflessioni analoghe compiute da Banjamin: lo Stato non salva, educa ma non redime, limita il male senza guarirlo». L'ordine politico che nasce con il cristianesimo è tutt'altro che stabile. L'avvento di Cristo non coincide con il regno dei cieli, ne è solo l'annuncio, l'inizio di un'attesa. In questo tempo sospeso vive anche il potere politico, perennemente sulla soglia di un conflitto con le potenze demoniache del male non ancora definitivamente sconfitte. Persino la guerra fa il suo ingresso nell'orizzonte del potere non come una scelta eccezionale, ma come una strategia implicita in quella instabilità. «Da questo momento l'ordine diventa qualcosa d'instabile, lo stato d'eccezione precede e fonda lo stato normale. Machiavelli ha saputo cogliere la situazione limite della guerra che è indispensabile al mantenimento dell'ordine». Qual è allora, si chiede Ricoeur, il male specifico del potere? «La violenza specifica del politico non è di tipo arbitraria. E' violenza razionalizzata, è calcolo che muove dalla premessa che si dà politica solo dove c'è antitesi amico/nemico». A questa ratio calcolante Ricoeur contrappone nel corso delle proprie ricerche una via d'uscita nell'etica: dall'atteggiamento della non-violenza all'etica dell'amicizia e del dono come strategie per neutralizzare il male del politico nella storia. Il nucleo di questa riflessione è contenuta in una delle sue opere principali, Sé come un altro, del 1990. «Si sforza di costruire un concetto di ragione pratica - spiega Peter Kemp - un'azione dotata di senso è quella della quale si può rendere conto in modo tale che colui, che riceve tale resoconto, la può accettare come intellegibile. Il concetto di ragione pratica presuppone che noi possiamo dire ciò che facciamo e, in generale, spiegare agli altri perché lo facciamo». Il riferimento a Kant è chiaro nel richiamare una morale fondata su massime, doveri e azioni che possano essere universalizzati e resi validi per ogni individuo razionale. Ma Ricoeur va oltre, vede il rischio che l'etica possa essere ridotta a un insieme di leggi e regole di universalizzazione, in definitiva «alla più pericolosa delle idee, e cioè che si possa giudicare l'ordine pratico attraverso un sapere e una scientificità paragonabili al sapere e alla scientificità dell'ordine teorico». Per evitare che la sfera delle azioni cada sotto la competenza di un sapere scientifico e tecnico, Ricoeur costruisce, soprattutto nell'ultima fase della sua vita, una nuova filosofia del soggetto. Non pensa più a un soggetto trasparente, in grado di fondarsi autonomamente - sul modello dell'ego cartesiano - ma a un'identità che è sempre in rapporto con l'altro. Il luogo in cui l'essere umano si rappresenta e si relaziona agli altri, Ricoeur lo individua nel linguaggio, nel raccontare. «L'originalità dell'etica di Ricoeur consiste nell'idea che la narrazione e la condizione di una vita nella quale noi siamo capaci di vivere come un racconto e tramite dei racconti, e così diventare responsabili in rapporto agli altri e in rapporto a noi stessi».